mercoledì 24 marzo 2010

Libera Me Domine.

 cit.
"All'amore tra uomo e donna, che non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo s'impone all'essere umano, l'antica Grecia ha dato il nome di eros. Diciamo già in anticipo che l'Antico Testamento greco usa solo due volte la parola eros, mentre il Nuovo Testamento non la usa mai: delle tre parole greche relative all'amore — eros, philia (amore di amicizia) e agape — gli scritti neotestamentari privilegiano l'ultima, che nel linguaggio greco era piuttosto messa ai margini. Quanto all'amore di amicizia (philia), esso viene ripreso e approfondito nel Vangelo di Giovanni per esprimere il rapporto tra Gesù e i suoi discepoli. La messa in disparte della parola eros, insieme alla nuova visione dell'amore che si esprime attraverso la parola agape, denota indubbiamente nella novità del cristianesimo qualcosa di essenziale, proprio a riguardo della comprensione dell'amore. Nella critica al cristianesimo che si è sviluppata con crescente radicalità a partire dall'illuminismo, questa novità è stata valutata in modo assolutamente negativo. Il cristianesimo, secondo Friedrich Nietzsche, avrebbe dato da bere del veleno all'eros, che, pur non morendone, ne avrebbe tratto la spinta a degenerare in vizio. Con ciò il filosofo tedesco esprimeva una percezione molto diffusa: la Chiesa con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita? Non innalza forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino?

Ma è veramente così? Il cristianesimo ha davvero distrutto l'eros? Guardiamo al mondo pre-cristiano. I greci — senz'altro in analogia con altre culture — hanno visto nell'eros innanzitutto l'ebbrezza, la sopraffazione della ragione da parte di una « pazzia divina » che strappa l'uomo alla limitatezza della sua esistenza e, in questo essere sconvolto da una potenza divina, gli fa sperimentare la più alta beatitudine. Tutte le altre potenze tra il cielo e la terra appaiono, così, d'importanza secondaria: « Omnia vincit amor », afferma Virgilio nelle Bucoliche — l'amore vince tutto — e aggiunge: « et nos cedamus amori » — cediamo anche noi all'amore. Nelle religioni questo atteggiamento si è tradotto nei culti della fertilità, ai quali appartiene la prostituzione « sacra » che fioriva in molti templi. L'eros venne quindi celebrato come forza divina, come comunione col Divino.

A questa forma di religione, che contrasta come potentissima tentazione con la fede nell'unico Dio, l'Antico Testamento si è opposto con massima fermezza, combattendola come perversione della religiosità. Con ciò però non ha per nulla rifiutato l'eros come tale, ma ha dichiarato guerra al suo stravolgimento distruttore, poiché la falsa divinizzazione dell'eros, che qui avviene, lo priva della sua dignità, lo disumanizza. Infatti, nel tempio, le prostitute, che devono donare l'ebbrezza del Divino, non vengono trattate come esseri umani e persone, ma servono soltanto come strumenti per suscitare la « pazzia divina »: in realtà, esse non sono dee, ma persone umane di cui si abusa. Per questo l'eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, « estasi » verso il Divino, ma caduta, degradazione dell'uomo. Così diventa evidente che l'eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all'uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell'esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende.

Due cose emergono chiaramente da questo rapido sguardo alla concezione dell'eros nella storia e nel presente. Innanzitutto che tra l'amore e il Divino esiste una qualche relazione: l'amore promette infinità, eternità — una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere. Ma al contempo è apparso che la via per tale traguardo non sta semplicemente nel lasciarsi sopraffare dall'istinto. Sono necessarie purificazioni e maturazioni, che passano anche attraverso la strada della rinuncia. Questo non è rifiuto dell'eros, non è il suo « avvelenamento », ma la sua guarigione in vista della sua vera grandezza.

Ciò dipende innanzitutto dalla costituzione dell'essere umano, che è composto di corpo e di anima. L'uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità; la sfida dell'eros può dirsi veramente superata, quando questa unificazione è riuscita. Se l'uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d'altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza. L'epicureo Gassendi, scherzando, si rivolgeva a Cartesio col saluto: « O Anima! ». E Cartesio replicava dicendo: « O Carne! ». Ma non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare: è l'uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo e anima. Solo quando ambedue si fondono veramente in unità, l'uomo diventa pienamente se stesso. Solo in questo modo l'amore — l'eros — può maturare fino alla sua vera grandezza.

Oggi non di rado si rimprovera al cristianesimo del passato di esser stato avversario della corporeità; di fatto, tendenze in questo senso ci sono sempre state. Ma il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è ingannevole. L'eros degradato a puro « sesso » diventa merce, una semplice « cosa » che si può comprare e vendere, anzi, l'uomo stesso diventa merce. In realtà, questo non è proprio il grande sì dell'uomo al suo corpo. Al contrario, egli ora considera il corpo e la sessualità come la parte soltanto materiale di sé da adoperare e sfruttare con calcolo. Una parte, peraltro, che egli non vede come un ambito della sua libertà, bensì come un qualcosa che, a modo suo, tenta di rendere insieme piacevole ed innocuo. In realtà, ci troviamo di fronte ad una degradazione del corpo umano, che non è più integrato nel tutto della libertà della nostra esistenza, non è più espressione viva della totalità del nostro essere, ma viene come respinto nel campo puramente biologico. L'apparente esaltazione del corpo può ben presto convertirsi in odio verso la corporeità. La fede cristiana, al contrario, ha considerato l'uomo sempre come essere uni-duale, nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda sperimentando proprio così ambedue una nuova nobiltà. Sì, l'eros vuole sollevarci « in estasi » verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni.

Come dobbiamo configurarci concretamente questo cammino di ascesa e di purificazione? Come deve essere vissuto l'amore, perché si realizzi pienamente la sua promessa umana e divina? Una prima indicazione importante la possiamo trovare nel Cantico dei Cantici, uno dei libri dell'Antico Testamento ben noto ai mistici. Secondo l'interpretazione oggi prevalente, le poesie contenute in questo libro sono originariamente canti d'amore, forse previsti per una festa di nozze israelitica, nella quale dovevano esaltare l'amore coniugale. In tale contesto è molto istruttivo il fatto che, nel corso del libro, si trovano due parole diverse per indicare l'« amore ». Dapprima vi è la parola « dodim » — un plurale che esprime l'amore ancora insicuro, in una situazione di ricerca indeterminata. Questa parola viene poi sostituita dalla parola « ahabà », che nella traduzione greca dell'Antico Testamento è resa col termine di simile suono « agape » che, come abbiamo visto, diventò l'espressione caratteristica per la concezione biblica dell'amore. In opposizione all'amore indeterminato e ancora in ricerca, questo vocabolo esprime l'esperienza dell'amore che diventa ora veramente scoperta dell'altro, superando il carattere egoistico prima chiaramente dominante. Adesso l'amore diventa cura dell'altro e per l'altro. Non cerca più se stesso, l'immersione nell'ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell'amato: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca.

Fa parte degli sviluppi dell'amore verso livelli più alti, verso le sue intime purificazioni, che esso cerchi ora la definitività, e ciò in un duplice senso: nel senso dell'esclusività — « solo quest'unica persona » — e nel senso del « per sempre ». L'amore comprende la totalità dell'esistenza in ogni sua dimensione, anche in quella del tempo. Non potrebbe essere diversamente, perché la sua promessa mira al definitivo: l'amore mira all'eternità. Sì, amore è « estasi », ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall'io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio: « Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà » (Lc 17, 33), dice Gesù — una sua affermazione che si ritrova nei Vangeli in diverse varianti (cfr Mt 10, 39; 16, 25; Mc 8, 35; Lc 9, 24; Gv 12, 25). Gesù con ciò descrive il suo personale cammino, che attraverso la croce lo conduce alla resurrezione: il cammino del chicco di grano che cade nella terra e muore e così porta molto frutto. Partendo dal centro del suo sacrificio personale e dell'amore che in esso giunge al suo compimento, egli con queste parole descrive anche l'essenza dell'amore e dell'esistenza umana in genere.

Le nostre riflessioni, inizialmente piuttosto filosofiche, sull'essenza dell'amore ci hanno ora condotto per interiore dinamica fino alla fede biblica. All'inizio si è posta la questione se i diversi, anzi opposti, significati della parola amore sottintendessero una qualche unità profonda o se invece dovessero restare slegati, l'uno accanto all'altro. Soprattutto, però, è emersa la questione se il messaggio sull'amore, a noi annunciato dalla Bibbia e dalla Tradizione della Chiesa, avesse qualcosa a che fare con la comune esperienza umana dell'amore o non si opponesse piuttosto ad essa. A tal proposito, ci siamo imbattuti nelle due parole fondamentali: eros come termine per significare l'amore « mondano » e agape come espressione per l'amore fondato sulla fede e da essa plasmato. Le due concezioni vengono spesso contrapposte come amore « ascendente » e amore « discendente ». Vi sono altre classificazioni affini, come per esempio la distinzione tra amore possessivo e amore oblativo (amor concupiscentiae – amor benevolentiae), alla quale a volte viene aggiunto anche l'amore che mira al proprio tornaconto.

Nel dibattito filosofico e teologico queste distinzioni spesso sono state radicalizzate fino al punto di porle tra loro in contrapposizione: tipicamente cristiano sarebbe l'amore discendente, oblativo, l'agape appunto; la cultura non cristiana, invece, soprattutto quella greca, sarebbe caratterizzata dall'amore ascendente, bramoso e possessivo, cioè dall'eros. Se si volesse portare all'estremo questa antitesi, l'essenza del cristianesimo risulterebbe disarticolata dalle fondamentali relazioni vitali dell'esistere umano e costituirebbe un mondo a sé, da ritenere forse ammirevole, ma decisamente tagliato fuori dal complesso dell'esistenza umana. In realtà eros e agape — amore ascendente e amore discendente — non si lasciano mai separare completamente l'uno dall'altro. Quanto più ambedue, pur in dimensioni diverse, trovano la giusta unità nell'unica realtà dell'amore, tanto più si realizza la vera natura dell'amore in genere. Anche se l'eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente — fascinazione per la grande promessa di felicità — nell'avvicinarsi poi all'altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell'altro, si preoccuperà sempre di più di lui, si donerà e desidererà « esserci per » l'altro. Così il momento dell'agape si inserisce in esso; altrimenti l'eros decade e perde anche la sua stessa natura. D'altra parte, l'uomo non può neanche vivere esclusivamente nell'amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l'uomo può — come ci dice il Signore — diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva (cfr Gv 7, 37-38). Ma per divenire una tale sorgente, egli stesso deve bere, sempre di nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio (cfr Gv 19, 34)."

lunedì 22 marzo 2010

Festa del papà

Io visto da Marco, regalo per il 19 marzo.

giovedì 25 febbraio 2010

Lezioni di tennis

martedì 16 febbraio 2010

Aggiornamenti

Sono ancora vivo. E Occhiobello è sempre più vicina.

martedì 2 febbraio 2010

La dolce vita


Cinquant'anni fa, i primi di febbraio, usciva nei cinema italiani La dolce vita di Federico Fellini. Nella filmografia del regista seguiva, dopo un Oscar per La strada, due parziali insuccessi e precedette 8½. Insomma, un film che fu lo spartiacque della carriera di Fellini. Un film che segnò anche un punto fermo della storia del nostro paese. Se esistono date che dividono un prima da un dopo l'uscita de La dolce vita non si può non annoverare tra queste. Era appena iniziato il 1960, moriva un mondo che era ancora legato alla guerra e alla ricostruzione e iniziava quello che anni dopo sarebbe stato definito il boom economico, anche se in relatà lo si conobbe quando era già finito, fagocitato da quelli che ci avevano illuso di esserne i creatori.

La dolce vita è quindi un film di confine, in cui si vede il nuovo che avanza, spesso senza sapere dove sia la strada, e il vecchio che si controce ma non muore. La dolce vita preannuncia un mondo dove ognuno gioca per sè, non sapendo più a chi guardare.

Ma soprattutto La dolce vita è un film bellissimo sulla vita e sulla morte.
Seguendo la storia di Marcello che sembra essere solo sfiorato da quello che gli succede intorno, eppure ne è prigioniero. Marcello che non riesce a prendere una decisione e rimane sospeso tra due mondi, Marcello che si chiede se la vita ha un significato e non si dà una risposta, temendo forse che un significato non ci sia. Marcello, che alla fine non riesce più a ascoltare e ci saluta, vestito di bianco, da una spiaggia.

La dolce vita l'ho visto per la prima volta nel 1982, da solo, in un vecchio televisore in bianco e nero da 14 pollici, e mi ci è voluta una settimana per riprendermi.

giovedì 28 gennaio 2010

Radici


Le cose succedono quando noi ce ne accorgiamo, che è un po' come dire che finché non riesci a vedere una cosa è come se non esistesse. Eppure è lì, è un fatto, c'è sempre stato.
A natale ho sentito al telefono mia cugina, quei rapporti familiari che si vorrebbe sempre stringere di più, ma che poi finiscono per incrociarsi solo alle feste comandate. Abbiamo parlato abbastanza a lungo, mi ha detto che vende casa, troppo grossa e isolata su per le montagne e ridiscende a valle, forse tornando verso Bologna, dove una volta abitava. Io le ho detto del progetto di andare a vivere a Occhiobello, e del mio amore per Ferrara. Ho scoperto così che suo padre, mio zio, amava molto Ferrara e lì aveva molti amici, molti dei quali appartenenti alla comunità ebraica.
Sulle prime ho solo registrato la cosa, ma a distanza di qualche ora, mentre mi stavo per addormentare, il pensiero si è fatto più intenso, e i collegamenti, e i ricordi.
Il giorno dopo ho chiesto a mia madre, che mi ha detto che si, ricorda vagamente dei lontani parenti ferraresi della famiglia di papà.
Per parte mia ricordavo benissimo quando papà mi raccontava che nonno era stato chiamato nel '38, a causa delle scellerate leggi razziali, a "discolparsi" di un cognome, Raffaelli, che sapeva molto di ebraico.
Come molti la mia memoria storica si ferma ai miei nonni, oltre loro  le notizie, nemmeno mai particolarmente ricercate, non vanno.
Una veloce ricerca in rete mi ha dato la conferma che il mio cognome è presente a Ferrara da tempi lontani. Il prossimo passo immagino che sarà cercare di sapere dai registri della comunità israelita se qualche Raffaelli è emigrato verso il centro Italia. O forse lasciare che rimanga questa ipotesi, sceglierla per buona, e chiudere un cerchio tornando dove vivevano i miei antenati, forse.

sabato 16 gennaio 2010

Norme comunali

Se il razzismo ha vari gradi, e se si può parlare di razzismi diversi, direi che quello di chi gli "altri" li usa e poi li vorrebbe buttare a mare, è il più rivoltante. Comunque Occhiobello per ora sembra immune dalla fregola normativa (e normalizzante) durerà anche quando mi (ci) vedranno?

sabato 9 gennaio 2010

Lo Svedese

Aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c'è un senso. E quando capita una cosa simile la felicità non è più spontanea. È artificiale e, anche allora, comprata al prezzo di un ostinato estraniamento da se stessi e dalla propria storia. L'uomo bello e buono col suo modo indulgente di affrontare il conflitto e la contraddizione, l'ex atleta sicuro di sé ragionevole e pieno di risorse in ogni lotta con un avversario leale, si trova a doversi misurare con un avversario che leale non è - il male inestirpabile delle relazioni umane - ed è spacciato. L'uomo la cui naturale nobiltà consiste nell'essere esattamente ciò che sembrava ha dovuto patire troppe sofferenze per poter ritrovare l'ingenua integrità. Mai più lo Svedese sarà contento alla vecchia maniera fiduciosa malgrado per amore della seconda moglie e dei loro tre ragazzi (per amore della loro ingenua integrità), continui crudelmente a fingere di esserlo. Stoicamente soffoca l'orrore. Impara a vivere dietro una maschera. Una prova di resistenza durata tutta la vita. Una prestazione eccezionale realizzata su un campo in rovina. Levov lo Svedese ha una doppia vita.


Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi

mercoledì 6 gennaio 2010

Marcello




Chi avresti voluto essere se avessi potuto scegliere? Un gioco un po' stupido che quasi tutti abbiamo fatto almeno una volta. Stupido anche perché come si fa a essere qualcun altro che non se stessi? Che se fossimo qualcun altro saremmo lui e non noi.
Insomma, il gioco è stupido, ma il sentirsi in comunione con qualcuno non lo è affatto.
Avrei voluto essere Marcello Mastroianni.
Bella forza: bello, famoso, bravo, ricco, amato.
Anche se lo sento vicino per altro, a cominciare da quello sguardo sempre un po' attonito, come di uno che si meraviglia delle cose. Anzi, come di uno che si meraviglia ANCORA delle cose. La meraviglia di Marcello, la voglia di scoprirsi ingenuo e stupito, avendo visto tutto.
Così come il suo essere senza apparire, essendo di una bellezza assoluta e struggente senza essere canonicamente bello, essendo un attore perfetto senza mai farlo apparire troppo. Insieme schivo e sfacciato. Un uomo che poteva morire schiacciato dalla sua fortuna e che invece non si è mai fatto incasellare, troppo intelligente per prendersi sul serio.
Come molti attori ha fatto film da storia del cinema e film discutibili, anche piuttosto brutti, ma che vale la pena vedere solo per la sua presenza. Un'espressione capace di redimere la più ovvia cafonata.
Ecco, essere lui no, che lui è lui e io son io. Ma averlo avuto come uno zio a cui chiedere le cose e che mi raccontasse di sè, quello si che mi sarebbe piaciuto.

mercoledì 30 dicembre 2009

The right person is still going to think the sun shines out your ass. That's the kind of person that's worth sticking with.


Non avevo visto Juno, ieri sera ho riparato. Mi è piaciuto molto, ho anche tirato giù qualche lacrima. E m'è venuto di pensare che se François Truffaut fosse ancora vivo girerebbe film così.
Ah, nel doppiaggio italiano la frase del titolo suona, la persona giusta pensa che tu cachi rose dal sedere. Quella è la persona con cui vale la pena di stare.